
IOR: LA FINANZA DELLE “OPERE DI MALE”
Massimo Teodori
Che la banca del Vaticano, l’Istituto Opere di Religione (IOR), non fosse un ente finanziario dedito solo a “opere di bene”, era noto. Ciò che documenta con rigore Gianluigi Nuzzi in Vaticano S.p.A. sono le sue “opere del male” sulla base dell’archivio di monsignor Renato Dardozzi, per trent’anni al vertice della banca. Il malaffare che emerge dai 4000 documenti consultati sembra non avere fondo: riciclaggio per conto della criminalità organizzata, maxitangenti politiche, speculazioni finanziarie di colletti bianchi e maneggi di cardinali e vescovi dediti a mammona.
Chi ha letto le carte delle inchieste parlamentari Sindona e P2 conosceva l’ampiezza delle losche vicende della banca vaticana guidata da Paul Marcinkus dal 1971 agli anni ‘80. Il connubio tra l’IOR e Michele Sindona divenne strettissimo quando, nella primavera del 1969, Paolo VI incaricò il banchiere siciliano di trasferire il “patrimonio di Pietro” sui mercati internazionali per evadere la tassazione italiana. E’ così che quel complesso sistema finanziario divenne nei paradisi offshore il canale privilegiato in cui si mescolavano i tesori vaticani con quelli di Cosa Nostra e dei vip italiani che, al momento del crack del 1974, si salvarono con la famosa la “lista dei 500” sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli. Il capitolo successivo della stessa storia fu scritto dal sodalizio tra Marcinkus e Roberto Calvi che finì anch’esso con il fallimento dell’Ambrosiano (1982) da cui risultò che il Vaticano era debitore di 1200 miliardi, recuperati solo in parte dal ministro Beniamino Andreatta.
Le vicende che collegano l’IOR a Sindona, Calvi e agli emuli potrebbero essere considerate solo una pagina della finanza nera internazionale se non fossero intrecciate con la storia della nostra Repubblica. La banca vaticana, sia con la presidenza Marcinkus indagato dal Parlamento (1969-1982), sia nella successiva stagione di monsignor Donato de Bonis documentata in Vaticano S.p.A. (anni ’80 e ’90), ha potuto fare da cerniera tra due grumi del malaffare finanziario e politico, grazie al singolare statuto dell’IOR, l’unica banca facilmente accessibile al centro di Roma ma impenetrabile ai controlli sul riciclaggio e agli interventi giudiziari. La singolare potenza dell’IOR è dunque consistita nel fatto che da una parte della cerniera c’è il Vaticano, non come autorità religiosa, ma come potenza finanziaria in grado di rendere servizi discreti, occulti ed efficaci ai politici corrotti, alla criminalità internazionale e agli affaristi italiani; e dall’altra si muove quel sottobosco della politica italiana che si serve di professionisti dell’intermediazione illegale come Licio Gelli.
Il manovratore di questa cerniera, per avvicinare o separare le due parti, è sempre stato Giulio Andreotti. Nella conclusione della mia relazione all’inchiesta parlamentare, dopo avere analizzato le tante vicende che si sono compiute all’ombra della loggia, si legge “…perciò la P2 merita Andreotti come capo”. Volendo con ciò significare che si è fatto folclore nel rappresentare il leader democristiano abbracciato a Licio Gelli o a Totò Reina, mentre si è sottovalutato la realtà “strutturale” dei suoi rapporti con le galassie facenti capo all’IOR. Andreotti ha saputo con maestria gestire lo snodo tra il potere mondano delle segrete stanze del Vaticano e il potere incistato nei sotterranei della politica italiana. Una documentazione del libro di Nuzzi riguarda appunto il “Fondo cardinal Spellman” dell’IOR a disposizione di Andreotti, attraverso cui per anni sono state gestite le più indecifrabili operazioni per migliaia di miliardi di lire.
Non sappiamo se oggi sia ancora attivo il lato malavitoso dell’IOR dove sono transitati, tra l’altro, i tesori della mafia (secondo Massimo Ciancimino), la maxitangente Enimont gestita da Carlo Sama, Sergio Cusani e Luigi Bisignani, e innumerevoli altre operazioni finanziarie per conto di fantomatiche fondazioni. Ma sarebbe arrivato il momento che il mostro finanziario IOR, legibus solutus, venga ricondotto al rispetto delle regole di controllo nazionali e internazionali, possibilmente con l’abrogazione del Concordato in base al quale possono essere commessi impunemente tanti misfatti.
Gianluigi Nuzzi, “Vaticano S.p.A. Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa”, Chiarelettere, Milano, 2009, pp.280,
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Pubblicato da “Il Sole 24 Ore-Domenica”, 7 giugno 2009
Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.
Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).
Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).
Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.
È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.
Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città, come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.
Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).
Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.
A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.
La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.
gianluigi.nuzzi Domenica 17 Maggio 2009 panorama.it
Si chiama «vulture restaurant», ristorante degli avvoltoi. Ha aperto la settimana scorsa a Nagarparkar, villaggio della provincia del Sind, Pakistan meridionale: è iniziativa della Dhartee Development Society, associazione ambientalista pakistana, in collaborazione con il programma Onu per l'ambiente (Undp). Al «vernissage» si sono presentati quasi tutti i 42 avvoltoi Gyps censiti nella zona, ai bordi con il deserto del Thar. Non fosse per il loro caratteristico piumaggio bianco e nero e la testa «calva», a piumette rade, quando saltellano sul terreno assomiglierebbero un po' a grossi tacchini (ma forse il paragone sembra irrispettoso...).
In cosa consista un ritorante per avvoltoi non è difficile immaginare: la specialità della casa sono carcasse di animali, lasciate sul terreno in modo che gli uccelli possano servirsi. Infatti gli avvoltoi si cibano di animali morti - di solito già morti, ma a volte uccidono quelli malati e allo stremo, e per questo hanno un'immagine negativa nell'immaginario occidentale (nella mitologia hindù, al contrario, ci sono ben due semi-dei avvoltoio a cui il Ramayana attribuisce nobili gesta). A torto però sono disprezzati: gli avvoltoi hanno un'importante funzione «ecologica», ripuliscono carcasse che altrimenti resterebbero a decomporsi all'aperto diventando fonte di malattie.
In Asia meridionale dominano tre specie di avvoltoi Gyps (il «bengalensis», l'«indicus» e il «tenuirostris»), e fino a non molti anni fa erano una vista normale nelle zone rurali. Non più: gli avvoltoi sono in declino un po' ovunque al mondo, e tra India e Pakistan si stima che la popolazione naturale sia diminuita del 95%: quasi estinti. La Iucn, Unione mondiale per la conservazione della natura, li ha messi nella sua lista di specie «gravemente minacciate». L'allarme è multiplo: con gli avvoltoi viene meno uno spazzino naturale, e non solo. È minacciata anche una delle tradizioni umane di questo subcontinente: per la comunità parsi (di religione zoroastriana), numerosa soprattutto a Bombay, è usanza lasciare i corpi dei defunti al sole, in cima a una speciale torre (la «torre del silenzio»), dove saranno consumati dai raggi e dagli avvoltoi. Ma questo processo ormai può richiedere mesi, in mancanza di avvoltoi: e negli ultimi anni la Bombay Parsi Punchayet (la comunità parsi di Mumbai) ha avviato programmi naturalistici per importare e far riprodurre gli uccelli.
Che la si veda in termini di tradizione, di equilibrio ecologico o di salute pubblica, la scomparsa degli avvoltoi fa suonare un allarme. Anche perché il motivo è subdolo: la ragione principale dell'estinzione qui è l'avvelenamento da diclofenac, un diffuso farmaco anti-infiammatorio (è noto con vari nomi commerciali tra cui voltaren). Il diclofenac è usato anche in veterinaria: permette agli animali di sopportare il dolore e continuare a lavorare più a lungo. Ma il farmaco si accumula nei tessuti dell'animale; così, quando l'avvoltoio ne divorerà la carcassa se ne farà una «overdose» che gli attacca i reni e lo uccide. Il diclofenac è ormai da qualche anno vietato sia in India che in Pakistan, ma resta ampiamente usato. Ecco perché qualcuno ha avuto l'idea dei «ristoranti per avvoltoi», dove sono «servite» carcasse prima analizzate per assicurarsi che non contengano residui di diclofenac. Quello di Thaparnagar è il primo in Pakistan (mentre ce ne sono un paio in India e uno in Nepal), e oltre a procurare agli avvoltoi cibo controllato, farà un'opera di educazione popolare perché gli agricoltori della zona smettano di usare il diclofenac.
Marina Forti, il manifesto, 27/5/2009
Vuoi sentire l´odore dell´Africa? Vuoi camminare nella fogna del mondo? Dimentica Roma, per una volta c´è di peggio. Vai in Egitto, ma non sulla costa di Sharm, nei resort degli amici di Mubarak. Vai nella capitale, il Cairo, e, lasciandoti guidare dall´olfatto, raggiungi la collina della Moqattam. Altroché colle Oppio, che pure avrebbe bisogno di una ripulita. Ci abita un milione di persone. Vive raccogliendo rifiuti. Gli uomini dragano la città su carri trainati da muli. Caricano tutta la spazzatura che promette tesori e la portano a casa. Casa è una parola grossa. Sono cubi di cemento a cielo aperto. Nel retro le donne e i bambini fanno la "raccolta differenziata" aiutati da maiali neri. I suini mangiano quel che gli umani scartano. Il fetore è spesso e avvolgente. Un occidentale che non si metta sul volto una bandana con due gocce di profumo prima di entrare nel quartiere, vomita. Dalla collina della Moqattam il malodore si diffonde per tutto il Cairo. Si mescola alla coltre dello smog provocato da auto sregolate, agli effluvi di mondezza abbandonata, foglie di riso bruciate, polvere. Per due mesi l´anno si forma la nuvola nera, un cappello scuro posato in cielo sopra la città. Chi viene da fuori tossisce, s´ammala, riparte. Per dove? Se vuoi continuare il tour del lato oscuro e fetente del mondo non puoi ancora tornare a Fiumicino, nonostante tutto. Né in Italia, nonostante Napoli. E neppure in Europa. Resta in Africa, fatti un bel giro per Lagos, Nigeria, dove il vento caldo ti porta un fritto misto cucinato da ingorghi di veicoli scartati dal primo mondo, carogne, detriti materiali e umani. Oppure vai nella decantata India che rinasce e riscopri la Calcutta dei dormitori a cielo aperto, dei rigagnoli scuri che scendono placidi verso i templi hindu raccogliendo affluenti di sangue, rivoli di sacrifici e li mischiano a petali di fiori suicida, emissioni del corpo umano, componendo un´ode in carne macilenta e ossa spezzate alla vita e alla morte.
Via dall´Africa, via dall´Asia, allora. Resta il grande continente americano. Prova Caracas, fidati. Ma non andare al Country Club, la zona delle ville blindate, di proprietà dei ricchi (politici, militari, narcotrafficanti). Vai al barrio Petare, per esempio. Sali lungo le strade sconnesse, tra le baracche di lamiera e guardati intorno, e annusa. Quando arrivi in cima osserva tutta la città sotto di te, sentila pulsare e puzzare. Caracas con le sue strade che Chavez non ha spazzato, aggiungendo però dozzine di murales ai lati, alcuni belli, altri inguardabili. E scritte sui muri ovunque, anzi una scritta, ripetuta all´infinito: "Rumbo al socialismo". Guardati intorno, sali con lo sguardo alle colline che circondano la metropoli, punteggiate da migliaia di ranchitos, i padri di tutti gli slum. Goditi Caracas, prima di tornare a Roma. Ma non fare un volo diretto. Fai scalo a New York. Sorpresa. La capitale del mondo è più sporca di quella d´Italia? Prova a camminare downtown nelle serate che precedono le albe di raccolta rifiuti. Trascorri un lunedì sera a Soho e scoprirai perché si aspetta il fine settimana per andarci. New York, che del pianeta è il bignami, ne riassume la bellezza e lo squallore, ne espone lo splendore e la miseria, accende incensi aromatici ed esala fetori pestilenziali. Sotto i quali è rimasto, come un retrogusto, indelebile per chi l´ha assaggiato al tempo, l´odore di morti assortite proveniente da Ground Zero.
Via. Via da tutto questo. Dov´è che il mondo mostra una faccia diversa? Dove è davvero un posto pulito e illuminato bene?
Anzitutto, c´è Africa e Africa. Prima di dire che una città sporca sembra una città africana passa per Cape Town. Poi ci risentiamo. Attraversa non soltanto il quartiere degli affari o quello delle spiagge. Vai dalla Table Mountain al mare, dalla parte islamica al porto e dimmi se non può competere con Amsterdam o Berlino (che hanno, come quasi tutti i luoghi e gli abitanti della Terra, i loro buchi neri). Se però vogliamo davvero fare la classifica della perfetta apparenza dobbiamo tornare in Europa. Un sondaggio tra gli utenti di Trip Advisor (tutti viaggiatori seriali) dà questa classifica: prima Zurigo, seconda Copenhagen, terza Stoccolma. Il risultato è discutibile. A Zurigo va riconosciuto un grande merito, quello del miglioramento. La città com´era dieci-quindici anni fa non si sarebbe piazzata in quella posizione. Dunque, tutti hanno la possibilità di darsi una bella ripulita, inclusa Roma, cominciando dal centro storico come Zurigo ha cominciato dalla stazione. D´accordo per Copenhagen, che oltre al nitore aggiunge un effetto di piacevolezza per lo sguardo, un aspetto regale non contaminato. Altrove macerie d´impero, qui manifestazioni di nobiltà. Stoccolma è ghiaccio lucente, intatto e intangibile. Come lo è Oslo. Ma la superiorità della cultura civica scandinava è un luogo comune. E fa sì che i luoghi comuni siano spazi da condividere non soltanto nell´uso, ma anche nella cura. Fuori da quella realtà, merita una menzione Parigi, che di Roma potrebbe condividere i problemi e invece si offre come una sequenza di giardini perfetti, vicoli senza imboscate, stazioni della metropolitana non solo linde, ma spesso anche artistiche.
Cairo, Calcutta, Lagos, Caracas, New York quindi nella "top five" negativa. Cape Town, Copenhagen, Stoccolma (o Oslo), Parigi in quella positiva. Ne manca una, la città Spic & Span, la vetrina del mondo. Qual è? Singapore. Il luogo dove gettare una cartaccia per strada è reato, dove il chewing gum è vietato, dove gli autobus sono veicoli lucenti con il collegamento wi fi. Una città che riesce a tenere insieme Little India, Little China, Little Baghdad, Little quel che vuoi senza che nessuno dia di sé il peggio che dà a casa propria. Addirittura le zone dei bordelli sono pulite e gioiose senza essere asettiche come un eros center di Francoforte. Perfino Little Roma potrebbe ritrovarci la faccia.
Gabriele Romagnoli, la Repubblica 27/5/2009

Da "City" del 13 maggio 2009 si apprende che un prete boliviano di 29 anni, A.T. Coca, è stato arrestato a Cesena per aver violentato in canonica un ragazzo siciliano.
Però difficilmente potrà essere condannato:
Era in preda agli effetti del suo cognome.


Noemi Letizia: «Per me è come se fosse un secondo padre. Mi ha allevata».
E' Berlusconi a fornire qualche dettaglio in più su come sia nata questa amicizia. «Se fosse stata una cosa piccante sarei andato in mezzo alla gente a farmi delle foto? Conosco il padre da una vita, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi». Non l'avesse mai detto.
Smentisce Bobo Craxi: «Cado dalle nuvole. L'autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto, ed è morto da qualche anno. Io questa Noemi e suo padre non li conosco davvero». E poi ironizza «È comunque possibile che mio padre c'entri qualcosa - aggiunge - perchè in Italia ogni volta che c'è un mistero mio padre c'entra sempre».
Flavia Amabile per "La Stampa"
Incipit
In una delle prime mostre futuriste, in mezzo a insulti e sghignazzi, un visitatore tra i meglio disposti sentenziò, davanti a un dipinto: "Tutto bene: ora bisogna terminarlo". La sbrigativa stroncatura potrebbe essere estesa a gran parte delle attività e delle imprese futuriste.
Per un rivoluzionario come Marinetti quel che contava non era concludere, ma iniziare.
Giordano Bruno Guerri
Libro "scaduto", nel senso che non son riuscita ad arrivare alla seconda pagina e devo restituirlo ala biblioteca che me lo ha prestato.
Spero di aver riciclato bene.
Un grazie al proprietario del blog per avermi ospitato in questo bellissimo glob. Ne avrò cura.
